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Recensione dello spettacolo "Qualcosa a cui pensare... mentre si cerca di diventare grandi", di Silvia Di Gregorio

Sembra avere i caratteri di una commedia romantica o di una sit-com come Friends quella andata in scena presso il Teatro Nobelperlapace di San Demetrio Ne’ Vestini (AQ) ma se ne esce con l’amaro in bocca. Protagonisti di Qualcosa a cui pensare di Emanuele Aldrovandi, per la regia di Vittorio Borsari, sono infatti Jeer e Pleen studenti, coinquilini, quasi trentenni, che nel corso di tutto lo spettacolo si cercano senza mai trovarsi in un crescendo spesso esilarante di scambi verbali che non riescono mai tra i due a diventare vera comunicazione. Al centro della scena solo un divano i cui spostamenti fungono da espediente narrativo, adagiato su un tappeto di gomma che delimita uno spazio circolare e sullo sfondo unico punto di fuga dello sguardo, uno schermo scomponibile. Proprio con questo schermo acceso si apre lo spettacolo: al segnale di “Fine delle trasmissioni”, che ricorda gli esordi della tv, si sostituisce, per dare il via all’azione, un “Loading” che, nel suo scaricare e caricare dati, tornerà a scandire indifferente tutti i passaggi da una scena all’altra.

La storia si dipana in quadri che si alternano senza rispettare una successione temporale, sembra quasi di passare da un livello all’altro di un videogame come “Mario Bross” di cui è appassionato Jeer: più che di un percorso lineare che porterà magari a salvare la principessa dal drago (ammesso che lei lo voglia, come sottolinea a ragione Pleen) la sensazione è quella di un labirinto dove il prima e il dopo perdono inesorabilmente importanza.

La nota predominante è quella dello smarrimento che si rivela, attraverso le vicende pseudo amorose dei protagonisti e il quotidiano che emerge dalle loro conversazioni, smarrimento generazionale. Jeer, studente di fisica, dalla propensione al metafisico, non cessa di farsi domande sulle ragioni di ogni possibile scelta per ricadere quasi ciclicamente in un nulla di fatto che né si risolve nell’ascesi né nell’azione. Alle risate subentra ben presto la pena nel constatare come il ragazzo non riesca ad avere un vero dialogo con nessuno: una condizione ben evocata nell’immagine impietosa di lui aggrappato alla playstation e sbragato su un divano che sembra non sostenere più neanche il peso della sua inerzia. Inibito anche nell’espressione delle emozioni più immediate l’unico contatto amoroso che riuscirà ad avere con la tanto desiderata Pleen avrà i caratteri di uno stupro da parte di lei. La sua coinquilina appare più dinamica, decisa e piena d’impegni, pian piano si intuisce che non la porteranno da nessuna parte. Impegni di cui lamentarsi e che Jeer sembra invidiarle perché lei almeno ha sempre “qualcosa a cui pensare”. Se il mondo è contaminato e senza speranza, Pleen più determinata, crede ancora di avere piccole antenne con cui riuscire a comunicare con gli altri per trasformare l’esistente, mentre Jeer si abbandona al disincanto: come cambiare il mondo se quelle antenne sono fatte della stessa sostanza che vorresti combattere? In cosa credere? Quali ideali potrebbero ormai ispirare la nostra azione? In una scena buia in cui i protagonisti si illuminano i volti solo con una torcia e sullo sfondo si susseguono immagini che evocano il pulsare organico della materia, tra incubo e amara ironia, Jeer ricorda o forse solo immagina il suo tentativo di suicidio. Anche le proteste che ancora attraversano il mondo vengono citate attraverso le immagini sgranate di un videogame anni Ottanta mentre la gioia e l’energia tipica della giovinezza, accennati anche questi in un filmato, si riducono a momenti di svago che appaiono ben effimeri.

Ottimo studente, sarà proprio Jeer ad avere il coraggio di lasciare l’Italia per un dottorato in Inghilterra mentre la sua coinquilina sembra restare prigioniera di una realtà di cui non riesce più a cogliere i contorni. Jeer resta comunque preda della sua inquietudine tant’è che incontrando di nuovo Pleen dopo alcuni anni, in occasione di un matrimonio di loro coetanei, è proprio lui a risponderle che se si diventa grandi, “si diventa grandi solo per osmosi”.

Uno spettacolo quindi che aspira a farsi specchio ironico di una generazione senza pretendere di esaurirne la complessità. La nostra attenzione di spettatori resta tesa tra il baratro del labirinto e della mancanza di utopia, quando nei dialoghi dei protagonisti intenzioni ed emozioni si alternano quasi sempre schivandosi, e un sottile filo di speranza nei rari momenti in cui i due, nonostante tutto, non rinunciano a cercarsi e a tratti sembrano pure, infine, sfiorarsi.

Silvia di Gregorio

QUALCOSA A CUI PENSARE
di Emanuele Aldrovandi
con Roberta Lidia De Stefano e Tomas Leardini
regia Vittorio Borsari
video editing e musiche Francesco Lampredi
scene Tommaso Osnaghi
Produzione Chronos3